
Palestina occupata-Quds News. Un recente rapporto del Washington Post ha rivelato torture gravi contro i detenuti palestinesi nelle carceri israeliane, evidenziando un inquietante schema di violenza e abbandono. Il rapporto, basato su resoconti di testimoni oculari e prove mediche, descrive le strazianti morti di diversi detenuti, tra cui uno che ha subito la rottura della milza e delle costole dopo essere stato picchiato dalle guardie carcerarie israeliane.
Medici per i diritti umani Israele (PHRI) ha documentato la morte di 13 prigionieri palestinesi della Cisgiordania e dei Territori Occupati nel 1948, dal 7 ottobre, con un numero sconosciuto di vittime tra i prigionieri della Striscia di Gaza. Le autopsie, a cui hanno partecipato i medici del PHRI e che sono state condivise con le famiglie, corroborano le testimonianze oculari di brutalità e della negligenza medica.
Gli ex prigionieri hanno descritto percosse abituali, che coinvolgono intere celle o sezioni. Hanno raccontato di essere stati aggrediti con manganelli e talvolta attaccati dai cani. Ai detenuti sono spesso negati cibo e cure mediche adeguate ed sono sottoposti ad abusi sia fisici che psicologici. Tal Steiner, direttore esecutivo del Comitato Pubblico contro la Tortura nello stato dell’occupazione, ha sottolineato le terribili condizioni, affermando: “Sono molto sovraffollate. Ogni prigioniero che abbiamo incontrato ha perso 30 libbre (circa 14 kg)”.
Il caso di Abdulrahman Bahash, detenuto nella prigione di Megiddo, esemplifica l’estrema violenza affrontata dai prigionieri. Altri detenuti hanno collegato la morte di Bahash a un violento pestaggio da parte delle guardie, a dicembre. Secondo un detenuto, che ha parlato in forma anonima per evitare rappresaglie, le guardie hanno fatto irruzione nelle celle, hanno ammanettato i detenuti e li hanno picchiati “in un modo folle” con manganelli e calci. Bahash, gravemente ferito e lamentandosi delle costole rotte, aveva ricevuto soltanto un semplice antidolorifico quando aveva cercato assistenza medica. È morto tre settimane dopo, il 1° gennaio. Un’autopsia ha rivelato fratture multiple alle costole e una lesione alla milza, coerenti con un’aggressione.
Inoltre, Abdul Rahman al-Maari, di 33 anni, è morto a Megiddo il 13 novembre. Falegname e padre di quattro figli, Maari era in prigione dal febbraio 2023, secondo suo fratello Ibrahim, che ha affermato che era stato arrestato ad un check-point temporaneo e accusato di essere affiliato a Hamas e di possedere un’arma da fuoco. I parenti hanno perso i contatti con lui dopo il 7 ottobre, quando le visite dei familiari sono state interrotte. Un rapporto del medico Danny Rosin del PHRI dalla sua autopsia ha riscontrato contusioni estese, costole rotte e altre lesioni coerenti con gravi percosse. Il compagno di prigionia Khairy Hamad ha raccontato che Maari è stato buttato giù da una rampa di scale di metallo mentre era ammanettato e in seguito trasferito in isolamento, dove ha urlato di dolore per ore prima di morire alle 4 del mattino.
L’inchiesta del Washington Post, che ha incluso interviste con 11 ex prigionieri e una mezza dozzina di avvocati, nonché l’esame dei verbali giudiziari e dei referti autoptici, evidenzia la violenza e la privazione diffuse nelle carceri israeliane. I detenuti hanno descritto una perdita di peso significativa, a causa di cibo insufficiente, tra le 30 e le 50 libbre (da 14 a 23 kg).
Traduzione per InfoPal di Edy Meroli
