Un anno di genocidio a Gaza. Le interviste: Mohammad Hannoun

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InfoPal. Di Angela Lano. Il genocidio israeliano nella Striscia di Gaza è in atto da un anno, il numero delle vittime, tra morti, feriti e dispersi, si aggira intorno alle 150.000. Interi gruppi familiari sono stati annientati e quartieri e cittadine sono state spazzate vie. Il progetto israeliano è il colonialismo di insediamento, cioè genocidio e pulizia etnica dei nativi, e loro sostituzione con i coloni sionisti. Le organizzazione internazionali denunciano i crimini israeliani, ma non agiscono per fermarli, ostaggio di se stesse e del veto USA. La débâcle occidentale, con tutti i suoi disvalori, doppi standard e due pesi-due misure, wokismo e Agende transumane 2025-2030-2050, ecc., è sotto gli occhi del mondo intero. Il suprematismo razzista, arrogante e guerrafondaio dell’Occidente è palese, così come il suo colonialismo duro a morire. Il suo sostegno incondizionato ai colonizzatori genocidi israeliani, che ora hanno allargato la loro guerra anche al Libano, e hanno assassinato lo storico leader di Hezbollah, Sayyed Hassan Nasrallah, sposta sempre di più l’asse della bilancia verso i BRICS e il mondo multipolare e civile portatore di un’altra visione delle relazioni tra i popoli. Abbiamo discusso di tutto questo con diversi interlocutori, in una serie di interviste. Quella di oggi è con l’architetto Mohammad Hannoun, presidente dell’Associazione dei Palestinesi in Italia (API) e di altre organizzazioni di solidarietà internazionali con il popolo palestinese.

Sono passati 12 mesi dall’Operazione della Resistenza palestinese del 7 ottobre 2023. Il genocidio della popolazione gazawi continua e il disastro è enorme. Quali sono le prospettive?

“A un anno dall’attuale genocidio israeliano contro la Striscia di Gaza, un anno drammatico a tutti i livelli, vediamo che Israele non ha risparmiato nulla, neanche le zone ‘tranquille’, ‘sicure’, come Khan Yunis, Rafah. Neanche queste aree sono state risparmiate. Dopo un anno, rimane la domanda: che prospettive ci sono all’orizzonte? Non se ne vedono. La speranza per una tregua svanisce ogni volta, sradicata da Israele, malgrado le delegazioni mandate da Netanyahu ogni volta con richieste specifiche – poi, al loro ritorno, lui rifiuta tutto, dopo che Hamas le accetta. Netanyahu non lascia alcuna speranza né ai mediatori né al suo popolo e figuriamoci ai palestinesi, che dopo un anno sono ancora sotto le bombe e in una situazione umanitaria, sanitaria e scolastica devastante. Una generazione palestinese non ha potuto frequentare le scuole e le università, per non parlare delle migliaia di bambini e ragazzi uccisi. In un anno, Israele ha ammazzato 42.000 gazawi (salme recuperate) e ne ha feriti oltre 97.000, e ha sequestrato oltre 10.000 cittadini, detenuti in condizioni disumane; ha distrutto case e infrastrutture: tutto è stato distrutto. I Palestinesi ora non hanno più nulla da perdere, per cui la loro unica speranza è che la resistenza palestinese continui a colpire gli israeliani, perché possano comprendere e scendere a un compromesso che garantisca la pace per tutti. Quello che allontana le prospettive, oltre all’atteggiamento vigliacco delle istituzioni internazionali, della cosiddetta comunità, dell’ONU, che si limitano alle parole e stanno a guardare il genocidio, è il continuo flusso di armi da USA e Europa che allontana ogni speranza per il raggiungimento di una tregua”.

In termini di resistenza all’occupazione coloniale e illegale israeliana, quali sono i punti di forza?

“Dalla società palestinese, malgrado i morti, i feriti e la distruzione, non abbiamo sentito voci che maledicono la resistenza: il popolo palestinese è unito dietro la resistenza e questa va avanti a infliggere perdite ai sionisti genocidari. Lo abbiamo visto negli ospedali, nelle scuole, nei luoghi di culto, e ciò dà appoggio e forza alla resistenza per continuare la sua missione fino alla liberazione dei Territori palestinesi. Sappiamo bene che il costo è elevato e che soffrono i Palestinesi ma ormai anche i coloni: l’unica possibilità e soluzione per fermare questa sofferenza da entrambe le parti è l’ascolto della ragione e un processo di pace giusto, che garantisca ai Palestinesi i loro diritti sanciti dalle risoluzioni ONU”.

In questo anno di genocidio, ma anche di combattimenti delle brigate della resistenza palestinese contro l’esercito occupante, la Questione Palestinese è tornata ad essere visibile da tutti ed è diventata la “questione” a livello mondiale. In questa prospettiva, cosa potrebbe accadere nello scenario internazionale?

“Questo è dovuto a due diversi fattori: 1) la sproporzione dell’uso della forza israeliana contro la popolazione civile palestinese, dovuto all’appoggio illimitato nordamericano ed europeo, a Israele; 2) il doppio standard Ucraina-Russia, Israele-Palestina ha riportato la questione palestinese da un punto secondario a uno di prima linea. Il doppio standard ha spinto intellettuali e cittadini europei a prendere posizioni a favore dei Palestinesi, perché nonostante il vittimismo israeliano usato come arma il secolo scorso, ora vediamo che le vittime sono i palestinesi e che chi li fa soffrire sono quelli che piangevano per ciò che avevano subito dai nazisti. Questo ha riportato la questione palestinese al primo posto: l’abbiamo visto da dichiarazioni di alcuni politici e parlamentari e dalle prese di posizione di alcuni Paesi come la Spagna e l’Irlanda; da espressioni di sostegno e solidarietà ai Palestinesi e dalle condanne al genocidio israeliano a Gaza, e dal movimento studentesco in tutto il mondo che scende in piazza. E dal movimento sociale delle comunità musulmane e arabe, dagli attivisti, da decine di migliaia di manifestazioni, da cortei, accampamenti, flash-mob… Tutto questo ha riportato la questione palestinese a un livello di grande visibilità: questo è un fattore positivo che può incidere sui responsabili europei per rivedere le loro scelte e i loro schieramenti a favore di Israele”.

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