
Tel Aviv – Islam Times. La guerra in corso a Gaza, ormai prossima al secondo anno, ha profondamente trasformato il panorama politico e sociale di “Israele”. Ciò che inizialmente aveva raccolto un ampio sostegno come giustificata risposta alle operazioni di Hamas del 7 ottobre 2023 si è poi evoluto in un conflitto prolungato, sempre più considerato un peso strategico, morale e diplomatico. Con il protrarsi della guerra, sta emergendo un notevole cambiamento all’interno della società “israeliana”, caratterizzato da un crescente dissenso che trascende i tradizionali confini politici. Gran parte di questo cambiamento è stato documentato e analizzato dall’editorialista del New York Times Thomas L. Friedman, il cui recente saggio cattura le complesse dinamiche che stanno rimodellando il panorama politico “israeliano”.
Dissenso interno e la crisi della democrazia “israeliana”.
Nel suo articolo, Friedman evidenzia le critiche provenienti da tutto lo spettro politico di “Israele”: dalla sinistra, dal centro e persino dalla destra. Questa crescente opposizione non riflette solo la stanchezza della guerra; segnala una più profonda presa di coscienza delle conseguenze interne del conflitto. Quella che era iniziata come una campagna militare è diventata emblematica di una più ampia disfunzione politica, di estremismo ideologico e di erosione democratica. Con l’intensificarsi della catastrofe umanitaria a Gaza e l’aumento della condanna internazionale, molti in “Israele” stanno iniziando a chiedersi se la guerra stia danneggiando la democrazia e la reputazione globale dell’entità più che garantirne la sicurezza.
Forse la cosa più sorprendente, come osserva Friedman, è l’ampiezza dell’opposizione interna. L’ex-primo ministro Ehud Olmert, un tempo sostenitore di rigide politiche di sicurezza, ha denunciato la guerra come una “guerra di sterminio”, mettendo in guardia contro “l’uccisione criminale di civili” a Gaza. Allo stesso modo, Amit Halevi, del Likud, il partito del primo ministro Benjamin Netanyahu, critica l’assenza di una strategia coerente. Non si tratta di voci marginali, ma di figure politiche mainstream che esprimono allarme sulla direzione intrapresa dallo Stato. Yair Golan, generale in pensione e politico liberale, avverte che “Israele” è sul punto di diventare un paria globale.
Friedman identifica la dipendenza del governo Netanyahu da fazioni estremiste – come i nazionalisti religiosi-coloni e i gruppi ultra-ortodossi – come una delle ragioni principali della paralisi strategica. Come spiega Avrum Burg, ex-presidente della Knesset, nell’articolo di Friedman, molti membri di questa coalizione operano con zelo messianico, rendendo quasi impossibile un processo decisionale pragmatico. Per loro, Gaza non è solo una questione tattica, ma parte di una missione divina.
Secondo Friedman, la guerra è diventata più una questione di sopravvivenza politica di Netanyahu che di cosiddetta “sicurezza nazionale”. Di fronte a incriminazioni per corruzione e alla perdita di fiducia pubblica, Netanyahu si è alleato con elementi estremisti per rimanere al potere. Questa disperazione politica, unita alla rigidità ideologica, ha rimodellato l’entità “israeliana”. Invece di proteggere gli “israeliani”, il governo ora dà priorità alla sopravvivenza di un’élite profondamente compromessa. Friedman osserva che Netanyahu ha ripetutamente perso opportunità diplomatiche, anche con l’Arabia Saudita, perché perseguire la pace avrebbe significato alienare la sua base intransigente.
L’impatto sociale e psicologico della guerra.
Gli effetti della guerra si estendono oltre la politica, fino al tessuto sociale della società “israeliana”. Friedman racconta un momento agghiacciante durante il Giorno della Memoria di “Israele”, quando un bambino scambiò una sirena commemorativa per una sirena antiaerea e scoppiò a piangere. Questa fusione di trauma e memoria collettiva illustra il peso psicologico. I tassi di suicidio, le difficoltà economiche e le crescenti divisioni politiche riflettono una società che cede sotto il peso di un conflitto senza fine.
Implicazioni regionali e opportunità mancate.
Friedman sottolinea le più ampie implicazioni regionali della guerra. Gli stati arabi, come l’Arabia Saudita, avevano mostrato interesse a normalizzare le relazioni con “Israele” attraverso gli Accordi di Abramo. Tuttavia, la continua violenza a Gaza e la mancanza di una vera iniziativa di pace minacciano ora queste opportunità. Invece di isolare i suoi nemici, “Israele” rischia di alienare potenziali alleati che preferiscono impegnarsi con un partner stabile e democratico piuttosto che con uno motivato dal nazionalismo religioso e dal militarismo.
Netanyahu ha risposto raddoppiando gli sforzi bellici, ignorando il diffuso malcontento interno. Friedman cita recenti sondaggi e azioni della società civile che indicano che la maggior parte degli “israeliani” sostiene un cessate il fuoco e i negoziati per il rilascio degli ostaggi. La continuazione della guerra riflette ora l’ostinazione delle élite piuttosto che il consenso nazionale.
Paralleli con il populismo globale.
Friedman traccia sorprendenti parallelismi tra la leadership di Netanyahu e quella di Donald Trump. Entrambi sono accusati di minare le norme democratiche e di allinearsi a fazioni estremiste per mantenere il potere. Entrambi descrivono i loro problemi legali come cospirazioni guidate dal cosiddetto “stato profondo”. Questa tendenza riflette una più ampia crisi globale nella governance liberale. Le elezioni presidenziali statunitensi del 2024, che hanno visto il ritorno di Trump al potere, hanno evidenziato come le forze populiste continuino a plasmare le società democratiche. Nel frattempo, le elezioni del 2026 in “Israele” potrebbero rivelarsi decisive nel determinare se il Paese riuscirà a ripristinare le sue istituzioni democratiche o a scivolare ulteriormente nell’autoritarismo.
Conclusione: Un bivio per “Israele”.
La guerra di Gaza ha messo in luce profonde fratture nella società “israeliana”, contrapponendo preoccupazioni pragmatiche per la sicurezza al fervore ideologico. Con l’aumentare del dissenso, la strada da seguire dipende dalla capacità delle forze democratiche di riprendersi l’agenda politica della coalizione di estrema destra di Netanyahu. La posta in gioco si estende oltre Gaza: la capacità di “Israele” di normalizzare le relazioni con gli stati arabi, di sostenere la legittimità internazionale e di preservare le sue fondamenta democratiche è tutta in bilico.
L’ammonimento conclusivo di Friedman – “organizzatevi, organizzatevi, organizzatevi per conquistare il potere” – si applica in egual misura a “Israele” e agli Stati Uniti. Le elezioni del 2026 metteranno alla prova la capacità di queste democrazie di arginare le correnti autoritarie che minacciano il loro futuro. Per ora, l’avvertimento è chiaro: quando persino un bambino di 4 anni deve distinguere tra sirene per il lutto e sirene per la sopravvivenza, una società è in guerra da troppo tempo.
Traduzione per InfoPal di F.L.
