
MEE. Di Victoria Brittain. In un nuovo rapporto su Gaza, i sopravvissuti raccontano di un’angoscia straziante, morte, terrore e pensieri suicidi. Se vogliamo che i palestinesi sopravvivano mentalmente, dobbiamo aiutarli a mitigare il loro dolore.
In che modo gli abitanti della Striscia di Gaza stanno affrontando i nove mesi di aggressione militare israeliana che hanno colpito ogni aspetto della loro vita, sfollandoli innumerevoli volte e provocando perdite e sofferenze sconvolgenti?
Il primo rapporto dettagliato che riguarda l’impatto della guerra sulla salute mentale dei gazawi è appena stato pubblicato dal Gaza Community Mental Health Programme (GCMHP – Programma di Salute Mentale della Comunità di Gaza).
Nine Months of Israel’s War on Gaza: the Mental Health Impacts and the GCMHP’s Response (Nove Mesi di Guerra di Israele a Gaza: gli Impatti sulla Salute Mentale e la Risposta del GCMHP) rappresenta un’altra sfida alla comunità internazionale per porre fine alla disumanità di questa devastante aggressione militare che minaccia il benessere delle future generazioni di palestinesi.
Il rapporto è stato documentato e redatto dallo staff del GCMHP che a Gaza aveva tre sedi. Dall’ottobre 2023, due di queste sono state distrutte, una è stata danneggiata, mentre 3 psicologhe sono rimaste uccise.
Esso descrive nel dettaglio le attività in corso e le iniziative future volte a mitigare la sofferenza mentale dei 2,2 milioni di abitanti di Gaza attenuando l’impatto traumatico sulle generazioni future della loro comunità duramente colpite.
Nelle pagine del documento, i sopravvissuti al genocidio raccontano dalle loro tende, dalle case in rovina e dai rifugi temporanei ai professionisti della salute mentale, loro stessi sfollati e in lutto come i pazienti che stanno curando.
Le fotografie mostrano un operatore per la salute mentale seduto su una sedia che prende scrupolosamente appunti mentre è chino verso un paziente, riunioni di gruppo di sole donne, attività di gruppo per bambini e i loro disegni.
Voci di disperazione, sofferenze mentali insopportabili, morti e perdita di persone care, terrore, angoscia, rabbia, violenza, urla incontrollabili, senso di impotenza e di soffocamento, propositi di suicidio o di rigetto costituiscono la struttura principale della ricerca.
Il rapporto chiede un cessate il fuoco immediato e duraturo (come aveva già chiesto il segretario generale delle Nazioni Unite otto mesi fa) oltre all’ingresso e alla distribuzione di adeguate forniture di carburante, acqua e cibo (come avevano sollecitato per mesi tutte le agenzia delle Nazioni Unite). Poi, per la prima volta, si chiede di rendere il sostegno psicologico una priorità assoluta e una parte essenziale degli aiuti umanitari a Gaza.
Traumatizzati.
GCMHP è un’organizzazione indipendente senza scopo di lucro ed è la più grande struttura che si occupa di salute mentale a Gaza.
È stata fondata nel 1990 dal dottor Eyad el-Sarraj, quando Gaza era rimasta traumatizzata da tre anni di risposta militare israeliana alla rivolta disarmata della società civile conosciuta come Intifada. Sarraj, che è stato il primo psichiatra di Gaza, ha aperto la strada alla ricerca e al trattamento della salute mentale. Ha creato un team di operatori della salute mentale, tra cui molti con esperienza di tortura, carcere e collaborazioni forzate con gli israeliani.
Dopo la sua morte, avvenuta nel dicembre 2013, il nuovo direttore generale che lo ha sostituito è stato lo psichiatra Dr. Yasser Abu Jamei che dal 2002 lavorava allo stesso programma.
Per oltre 34 anni, il GCMHP è stato sostenuto a livello internazionale da Svezia, Norvegia, Germania, Svizzera, Irlanda, Stati Uniti, Commissione Europea, OCHA, OHCHR e dal fondo delle Nazioni Unite per le Vittime della Tortura.
La maggior parte dei 57 professionisti e dei 24 membri del personale di supporto del GCMHP hanno continuato le loro attività durante la guerra e hanno contribuito ai risultati riportati nel rapporto. Dodici squadre hanno fornito primo soccorso psicologico a 13.000 persone tra il 7 ottobre 2023 e il 15 giugno 2024.
Hanno ascoltato le persone che descrivono come questa guerra sia “diversa quantitativamente e qualitativamente in tutti gli aspetti della vita, con tutti i gazawi che assistono a battaglie tra soldati, scene violente e ripetute di uccisioni e ferimenti mai viste prima, fame, freddo, malattie e sfollamenti forzati più volte”.
I team riferiscono “alti livelli di sensazione di impotenza e disperazione” e sintomi di traumi complessi tra cui l’isolamento sociale, adulti disconnessi dai propri sentimenti, che hanno perso la capacità di esprimersi e la fiducia in se stessi.
Sono comuni sintomi fisici psicosomatici, come mancanza di respiro e dolori articolari e allo stomaco.
Tra i sintomi psicologici che colpiscono i bambini vi sono gli orrori notturni, incubi, enuresi, nervosismo eccessivo, intenso attaccamento alla madre, tremore costante, allucinazioni, rabbia e comportamento aggressivo.
I bambini stanno inoltre assumendo nuove responsabilità relative ai bisogni quotidiani delle famiglie in termini di cibo e acqua, sostituendo gli adulti perduti o mancanti a causa degli arresti o delle numerose morti.
Torture.
Un sopravvissuto alle torture, A.M., è una delle persone la cui storia è contenuta nel rapporto del GCMHP.
“È un giovane che si è rifugiato con centinaia di altre famiglie all’Università di al-Aqsa, nella parte occidentale di Gaza City. I carri armati israeliani hanno assediato il campus per 10 giorni prima di invaderlo, separando le donne dagli uomini e poi arrestandoli”.
Ha riferito agli operatori della salute mentale che “i soldati israeliani hanno invaso i locali e hanno iniziato a far saltare in aria un edificio dopo l’altro. Poi ci hanno legati e bendati dopo averci fatto spogliare rimanendo in mutande”, ha detto A.M..
“Mi hanno quasi ucciso in diverse occasioni. Mi hanno picchiato e colpito all’inguine e sulla testa. Era l’inizio di febbraio e il tempo era rigido”, ha aggiunto.
Tutto ciò è stato solo il preludio a cui hanno fatto seguito 80 giorni di abusi fisici e torture. A.M. è stato trascinato in una fossa piena di corpi decomposti e gettato a terra dove i carri armati di passaggio gli sfioravano le gambe. Gli hanno fatto vedere altri prigionieri mentre venivano giustiziati a bruciapelo.
“Il giorno dopo ci hanno trasferito su un camion ai confini di Gaza. Ero ancora legato, bendato e nudo. Ci hanno buttato giù dal camion e un soldato mi ha dato un calcio nello scroto. Non ho potuto camminare per 16 giorni a causa dell’impatto di quel colpo sulle mie parti intime”, ha spiegato.
“Nel campo di concentramento mi hanno fatto togliere le mutande costringendomi a restare completamente nudo, le mie braccia sono state legate alla schiena e tirate su in una posizione molto dolorosa”.
“Ho trascorso tutta la notte in questa posizione, che non mi ha permesso di dormire. Per tutta la notte sono rimasto in quella posizione fino a quando non ho sentito più sentito le mie braccia. Poi sono stato trasferito nella prigione di al-Eizariya a Gerusalemme, ed ero in pessime condizioni di salute”.
“Sofferenza mentale insopportabile”.
A.M. ha continuato parlando degli abusi subiti prima di essere “trasferito con un camion, 34 uomini e una donna. Lungo il percorso siamo stati sottoposti a insulti e percosse. Siamo stati minacciati che se avessimo parlato di quello che era successo, saremmo stati arrestati di nuovo, anche se fossimo stati nel mezzo di Gaza”.
“Quando siamo arrivati, l’UNRWA ci ha accolto al valico di Karem Abu Salem e ci ha dato acqua da bere. Mi hanno chiesto se sapevo dove fosse la mia famiglia. Ho scosso la testa. Poi mi hanno dato un telefono così ho potuto chiamare la mia famiglia che mi ha detto che era ancora a Gaza City. Qui ho provato una strana sensazione mista di paura e gioia. Grazie a Dio stanno bene”.
“Mi sentivo talmente sopraffatto dalle emozioni che sono svenuto. Mio padre però non era a Gaza City con il resto della famiglia, i soldati israeliani lo hanno obbligato a partire per il sud. Quindi è venuto e mi ha portato nel luogo di accoglienza in cui aveva trovato rifugio, ad al-Maghazi. Qui non sono stato trattato come avrei dovuto, per diversi giorni non mi è stato fornito un materasso su cui dormire: non ho ricevuto l’aiuto e l’attenzione di cui avevo bisogno”.
Un team del GCMHP ha visitato A.M., gli ha diagnosticato un disturbo da stress post-traumatico e gli ha somministrato terapia farmacologica e sessioni terapeutiche per alleviare i sintomi. Il team ha visitato anche i responsabili del luogo di accoglienza, spiegando le sue particolari esigenze e assicurandosi che gli venissero forniti cibo, acqua e un materasso. È ancora in terapia ed è seguito assiduamente.
Un altro sopravvissuto, A.D., è un padre di famiglia che lavorava in Israele, uno dei tanti lavoratori di Gaza arrestati dopo il 7 ottobre. È stato interrogato per 24 giorni, affamato, privato del sonno, picchiato in modo crudele e tormentato mentalmente, è scritto nel rapporto.
Ha quindi chiesto aiuto al GCMHP a cui ha descritto il suo ritorno al valico di Karem Abu Salem dove i soldati israeliani hanno intimato ai prigionieri di correre fino al punto più vicino a Gaza.
“I soldati hanno iniziato a spararci mentre stavamo correndo. I proiettili arrivavano da tutte le direzioni”, ha riferito. “Alcuni prigionieri sono stati feriti e altri sono rimasti uccisi. Ho corso più veloce che potevo quando uno degli uomini che correva accanto a me è stato colpito ed è caduto a terra. L’ho caricato sulle spalle e ho continuato fino a raggiungere un centro medico dell’UNRWA. Ci hanno fornito i primi soccorsi e siamo stati inviati all’ospedale Al Najjar di Rafah”.
Ma il ritorno a casa di A.D. gli ha provocato un dolore ancora più profondo. Ha appreso ben presto che il 17 ottobre, mentre era in carcere, la sua casa era stata bombardata e lì vi erano morti la moglie, i figli, la madre, i fratelli e gli zii, tutti insieme. Solo suo padre era rimasto in vita, ma era nella città di Gaza, isolato e lontano dal sud dove si trovava A.D..
A.D. è arrivato al GCMHP per richiedere un aiuto professionale in quanto “afflitto da una sofferenza mentale insopportabile. Da un giorno all’altro era rimasto solo. Ha perso i propri cari che erano la sua forza e che davano uno scopo alla sua vita. L’équipe lo ha visitato nella sua tenda (un ambiente pessimo nel quale stanno soffrendo centinaia di migliaia di sfollati) e gli ha diagnosticato un disturbo da stress post-traumatico. Come parte del nostro intervento, A.D. è stato sottoposto a terapia farmacologica e gli verranno fornite sedute psicologiche secondo il protocollo”.
Speranza.
Nel mezzo di un oceano di bisogni e necessità, questi uomini sono riusciti a trovare una speranza.
Tra le centinaia di disegni di bambini che si possono vedere sul sito web del GCMHP c’è la speranza: soli sorridenti, alberi e fiori tra le immagini cupe di bombe che cadono, elicotteri e fuoco.
Negli anni che hanno preceduto questa guerra, diversi rapporti internazionali evidenziavano che in una Gaza sotto assedio da 17 anni c’erano già 500.000 bambini bisognosi di assistenza sanitaria mentale. Ma adesso se ne sono aggiunti molti altri.
Il cessate il fuoco è nelle mani dei governi occidentali che armano Israele e che tollerano che il primo ministro Benjamin Netanyahu impedisca continuamente il cessate il fuoco contro la volontà di molti cittadini israeliani.
Ma oramai il cessate il fuoco non può più essere rimandato.
Ma in questa relazione del GCMHP compaiono anche le chiavi necessarie per il futuro: sicurezza e speranza. Affinché i professionisti della salute mentale possano lavorare in modo efficace, hanno bisogno di sicurezza che comprende, oltre ad un cessate il fuoco duraturo, “la fine di tutte le violazioni dei diritti umani e la rimozione delle tracce visibili che scatenano i traumi, tra cui anche lo sgombero di tutte le macerie dalle strade”.
Queste sono le esigenze pratiche della speranza e degli ambiziosi obiettivi.
Anche in questo caso si tratta della sfida idealista e lungimirante con la quale i 3.000 psicologi che ora sono a Gaza potrebbero, con finanziamenti e formazione aggiuntiva, mitigare le sofferenze mentali di 2,2 milioni di abitanti e delle generazioni future, come ha fatto finora lo staff del GCMHP durante questi orribili mesi di guerra.
Traduzione per InfoPal di Aisha T. Bravi
