Gaza o Normalizzazione? Qual è la questione araba attuale?

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Gaza – Islam Times. Nonostante più di 700 giorni di crimini israeliani contro l’umanità a Gaza, sembra che gli Stati arabi abbiano ancora in mente l’idea di normalizzare i rapporti con Tel Aviv.

Il segretario generale della Lega Araba, Ahmad Abul Gheit, in seguito a una riunione al Cairo dei ministri degli Esteri del blocco, pur sottolineando la necessità di formare uno Stato palestinese indipendente, ha assunto una posizione come se gli accordi di normalizzazione araba con Israele non fossero soggetti a revoca.

Già sei paesi arabi hanno normalizzato i rapporti con Israele: l’Egitto nel 1979, la Giordania nel 1994, gli Emirati Arabi Uniti, il Bahrein, il Marocco e il Sudan nel 2020. Tuttavia, la guerra genocida contro Gaza ha reso i governanti arabi più cauti nel loro approccio al progetto di normalizzazione. Nonostante ciò, i paesi arabi hanno raramente assunto un tono forte e deciso contro la normalizzazione dei rapporti con Tel Aviv, e le loro posizioni indicano che il mondo arabo ha ancora un occhio rivolto alla continuazione del processo di normalizzazione con Israele. Questo avviene mentre l’opinione pubblica mondiale, anche nei paesi occidentali, condanna la guerra e le atrocità a Gaza. Eppure rimane la domanda: perché gli Stati arabi continuano a perseguire la normalizzazione con Tel Aviv?

Normalizzazione forzata.

I dati disponibili indicano che il regime israeliano, con il sostegno degli Stati Uniti, sta esercitando una significativa pressione politica e di sicurezza per imporre il suo modello di normalizzazione forzata in tutta la regione.

Secondo un articolo su Jurist News intitolato “Shifting Power in the Middle East Post-October 7: Israel’s Push for Regional Hegemony”, la pressione di Tel Aviv per espandere la normalizzazione è descritta come uno strumento per rimodellare l’equilibrio regionale del potere. Il rapporto sostiene che questo impulso mira a inaugurare una nuova era “post-coloniale”, caratterizzata da un dominio incontrastato di Israele. Per raggiungere questo obiettivo, Tel Aviv sta facendo pressione sui paesi della regione affinché continuino lungo il percorso della normalizzazione.

Strategie di normalizzazione.

Secondo un rapporto di ricerca di Mohammad Al-Manshawi, ricercatore arabo per Al Jazeera, l’autore cita l’articolo “The Many Faces of Normalization: Models of Arab-Israeli Normalization” per delineare la strategia israeliana nel processo di normalizzazione in tre forme principali: 1) relazioni segrete, di canale secondario; 2) intese pubbliche senza normalizzazione formale; 3) normalizzazione completa.

Al-Manshawi sostiene inoltre che Tel Aviv stia attualmente perseguendo la sua forma desiderata di normalizzazione nel contesto della guerra di Gaza con un senso di euforia, brutalità sfrenata, la percezione di un vuoto di potere regionale, il sostegno americano e l’opportunismo. In sostanza, questo approccio dei leader israeliani fa parte di un più ampio sforzo dei politici estremisti di Tel Aviv per riprogettare completamente il panorama geopolitico dell’Asia occidentale all’indomani della guerra di Gaza.

Perché le monarchie arabe accettano la normalizzazione?

    In mezzo alla campagna criminale in corso a Gaza, mentre i leader arabi perseguono la normalizzazione sotto la bandiera della promozione della stabilità o della prevenzione del caos regionale, di fatto stanno cercando di mettere da parte le fondamentali questioni morali legate a questo processo. Stanno normalizzando i rapporti con un attore che vedono commettere atrocità in tempo reale.

    Questa situazione persiste anche se numerosi governi e istituzioni occidentali — tradizionali alleati di Israele — hanno essi stessi riconosciuto e condannato i crimini di guerra israeliani nell’enclave palestinese costiera.

    Allo stesso tempo, i media affiliati hanno adottato un lessico distinto, inquadrando questi accordi non come normalizzazione con un regime occupante, ma attraverso la lente eufemistica di “accordi di pace”. Allo stesso modo, il linguaggio riguardante i crimini a Gaza viene riformulato, con attacchi e atrocità spesso descritti come “misure di sicurezza” o “operazioni militari”, normalizzando così azioni malvagie.

    Termini come “partenariato”, “cooperazione congiunta”, “sviluppo tecnologico condiviso”, “minacce alla sicurezza comuni” e gli “Accordi di Abramo” sono centrali nella narrativa promossa da Tel Aviv per incoraggiare la normalizzazione con gli Stati arabi. I leader arabi, a loro volta, ripetono frequentemente questa terminologia costruita per giustificare il loro approccio diplomatico.

    Questa apparente indifferenza dei governanti arabi ai crimini israeliani a Gaza può avere una spiegazione psicologica. Una ricerca pubblicata sulla rivista Springer Nature, in un articolo intitolato “The Lack of Emotional Empathy in the Face of Violence”, suggerisce che l’esposizione ripetuta a eventi traumatici e violenti senza una corrispondente risposta concreta possa portare a uno stato di de-sensibilizzazione o intorpidimento emotivo. Secondo lo studio, gli individui continuamente esposti a eventi orribili possono diventare sempre più indifferenti alla violenza, fenomeno che potrebbe applicarsi all’effetto desensibilizzante del conflitto prolungato sul discorso politico.

    Nel tentativo di giustificare moralmente la normalizzazione in mezzo alle atrocità in corso a Gaza, alcuni leader arabi sostengono che il loro impegno con Israele non sia un sostegno ai suoi crimini, ma sia, paradossalmente, a beneficio degli stessi palestinesi. Essi affermano che la normalizzazione sia uno strumento per frenare le brutali politiche degli occupanti, prevenendo ulteriori annessioni e sfollamenti. In sostanza, gli Stati arabi che perseguono questa strada la inquadrano come una scelta pragmatica: un male necessario che garantisce un minimo di sicurezza e stabilità, che presentano come alternativa preferibile a una guerra e devastazione perpetue.

    Essi sostengono che acconsentire alla normalizzazione sia una necessità inevitabile per mitigare rischi maggiori e ridurre al minimo i danni.

    Tuttavia, questa giustificazione è profondamente contestata sia dai precedenti storici che dagli eventi attuali, i quali mettono in dubbio la promessa di stabilità dopo la normalizzazione. La completa erosione degli Accordi di Oslo da parte di Israele — dimostrata dall’espansione degli insediamenti che ha fatto crescere la popolazione dei coloni in Cisgiordania da meno di 100.000 all’epoca dell’accordo a oltre 600.000 oggi — dimostra che l’occupazione è proseguita senza sosta, anche parallelamente alla normalizzazione diplomatica.

    Inoltre, i continui attacchi aerei israeliani in Siria, anche dopo la caduta del governo di Bashar al-Assad e l’ascesa di un’amministrazione filo-occidentale guidata da figure come Ahmad al-Sharaa, meglio conosciuto con il suo nome di battaglia Abu Mohammad al-Jolani, dimostrano che per il governo israeliano non esistono limiti chiari alle sue campagne militari. Anche se una figura favorevole alla normalizzazione dovesse guidare la Siria, le prove suggeriscono che le operazioni israeliane non cesserebbero; anzi, Israele è andato oltre i bombardamenti fino ad occupare direttamente parti del territorio siriano.

    Questi sviluppi dimostrano collettivamente una cosa ai governanti arabi: non possono fare affidamento sulla normalizzazione per fermare le politiche espansioniste del regime israeliano.

    Divario tra opinione pubblica araba e governanti.

    Al contrario della propaganda dei media arabi finanziati dai governanti sulla necessità della normalizzazione, i dati mostrano l’opposizione pubblica all’agenda del disgelo.

    Secondo un rapporto di Al Jazeera, un sondaggio di un istituto arabo mostra che l’89% dell’opinione pubblica araba è contrario al riconoscimento del regime israeliano da parte dei propri paesi. Questo sondaggio rivela anche un netto aumento della percentuale di sauditi contrari alla normalizzazione — passando dal 38% nel 2022 al 68% dopo l’inizio della guerra a Gaza. In Marocco, il sostegno pubblico ai rapporti normalizzati con Tel Aviv è crollato dal 31% nel 2022 a un mero 13% dall’inizio dell’aggressione contro Gaza.

    Questo drastico cambiamento sottolinea la profonda fragilità dei progetti di normalizzazione nei paesi arabi. Dimostra che la schiacciante opposizione pubblica araba rappresenta un ostacolo significativo, e potenzialmente insormontabile, al successo e alla sostenibilità a lungo termine della normalizzazione.

    In altre parole, qualora dovessero verificarsi profondi cambiamenti politici in alcuni paesi arabi, il processo di normalizzazione potrebbe facilmente essere invertito. Nonostante gli accordi ufficiali dei governi, l’opinione pubblica araba rimane profondamente impegnata nella causa palestinese. I popoli della regione continuano a vedere Israele come un’entità coloniale-espropriativa esogena con ambizioni che vanno oltre i confini della Palestina.

    Di conseguenza, i governi arabi allineati con Israele, soprattutto in un ordine globale in evoluzione, sono sempre più vulnerabili a esplosioni di reazioni interne e a profondi sconvolgimenti politici che potrebbero mettere in pericolo questi accordi diplomatici.

    Normalizzazione fragile in un ambiente esplosivo.

    In generale, l’attuale normalizzazione arabo-israeliana si basa su un pilastro fondamentale: l’incrollabile sostegno degli Stati Uniti, specialmente dopo il ritorno di Trump al potere.

    Ciò avviene in un momento in cui la crescente competizione strategica tra Washington e Pechino potrebbe costringere Washington a rivedere i propri impegni regionali e a riallocare risorse lontano dall’Asia occidentale verso altre regioni, come l’Asia orientale. In uno scenario simile, gli Stati arabi che hanno aderito agli accordi di normalizzazione, attratti dalle promesse di garanzie di sicurezza americane, potrebbero sentirsi abbandonati, con il loro presunto sostenitore strategico sempre più distratto.

    Allo stesso tempo, il regime israeliano sta affrontando un crescente isolamento internazionale, e la sua posizione si è deteriorata in modo significativo persino tra i suoi tradizionali partner europei, come Francia e Spagna, e altri paesi occidentali.

    Questa erosione della posizione internazionale di Israele costringerà gradualmente i paesi che hanno normalizzato i rapporti con Tel Aviv ad affrontare una domanda fondamentale: quali benefici concreti ha realmente portato loro questa normalizzazione?

    È anche cruciale considerare che, in base all’esperienza storica, il mancato rispetto da parte di Israele dei suoi trattati rappresenta un modello di comportamento coerente e duraturo dei suoi leader. La storia degli ultimi decenni dimostra che Israele ha regolarmente sfruttato gli accordi come piattaforma per ottenere ulteriori concessioni, spesso utilizzando vari pretesti per giustificare le sue ambizioni espansioniste.

    Di conseguenza, non è affatto improbabile che gli accordi di normalizzazione con alcuni Stati arabi vengano strumentalizzati dai leader israeliani come pretesto per intensificare gli interventi di sicurezza negli affari arabi. In uno scenario simile, i leader arabi si troverebbero a dover affrontare un regime che viola i patti, che non si sente vincolato né dai suoi impegni né da alcun limite alla sua ingerenza e occupazione.

    Ciò creerebbe una situazione precaria in cui i leader arabi, a causa della normalizzazione, si troverebbero ad affrontare una grave perdita di sostegno interno mentre allo stesso tempo mancherebbero di un alleato esterno affidabile per i giorni difficili a venire.

    Traduzione per InfoPal di F.L.

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