42.000 proteste in un anno: come il genocidio di Gaza crea una nuova posizione in Europa

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Al Mayadeen. Di Nouriddine Iskandar. L’Europa ha assistito a 42.000 proteste a sostegno della Palestina in meno di un anno, rivelando una nuova consapevolezza pubblica che supera le manifestazioni transitorie e ridefinisce lo status della causa palestinese nella coscienza europea.

I numeri spesso parlano più forte delle parole, l’Europa registra 42.000 proteste e manifestazioni a sostegno della Palestina in meno di un anno. Questo fenomeno non rientra nella categoria di una “espressione temporanea di rabbia”, ma indica piuttosto un cambiamento qualitativo che segna la nascita di una nuova consapevolezza che trascende la protesta tradizionale per costruire una contro-narrazione.

La storia ci insegna che la ripetizione quantitativa, quando si accumula con tale slancio, si trasforma in una forza simbolica capace di rimodellare il posto di una questione nella coscienza collettiva. Così, dopo questa ondata di proteste travolgenti e senza precedenti, la Palestina non è più solo una pratica di politica estera o una causa lontana, ma è invece entrata nel cuore del dibattito europeo su valori, giustizia e diritti umani.

Un significato più profondo dietro i numeri.

Le 42.000 manifestazioni sono più di una semplice somma aritmetica, ma costituiscono di per sé una dichiarazione. Questa cifra significa che la causa palestinese è penetrata con successo nella vita quotidiana europea, materializzandosi nelle piazze, nei campi e nelle vie principali di capitali a lungo descritte come prigioniere della narrazione israeliana. Possiamo quindi interpretare questo numero su tre livelli.

1) Un livello di intensa partecipazione: la Palestina si è trasformata da una causa messa all’angolo nel discorso pubblico, soggetta a esclusione ed emarginazione, in una bussola morale per la protesta che attrae le più ampie componenti di attori: partiti, sindacati, organizzazioni per i diritti umani, studenti universitari, che influenzano in modo dimostrabile il processo decisionale (il cambiamento europeo sulla questione del riconoscimento di uno Stato palestinese potrebbe essere un buon esempio in questo caso).

2) Un livello di continuità: le manifestazioni non sono state solo un’esplosione iniziale di rabbia rapidamente esaurita, ma sono invece proseguite per mesi di fila, riflettendo una nuova consapevolezza che non è più legata a una reazione momentanea.

3) Un livello di diversità: cittadini europei di diversi contesti politici e culturali hanno partecipato, trasformando la causa palestinese in un punto d’incontro che trascende le divisioni ideologiche.

Spazio per una nuova narrazione e una consapevolezza collettiva corretta.

Per quasi ottant’anni, “Israele” si è presentato con successo in Europa come una “piccola democrazia circondata da nemici”, mentre la Palestina era dipinta come un problema di sicurezza o un peso per la stabilità regionale. Tuttavia, le scene del genocidio di Gaza, i quartieri distrutti, i massacri di civili, la fame, l’uccisione deliberata di bambini, i bombardamenti di ospedali e di scuole hanno completamente stravolto questa immagine.

Così, le proteste in Europa sono diventate un teatro per raccontare la causa basandosi sulle sue verità originali, lungi dall’essere una notizia lontana, e più vicine a emergere come una storia di umanità e di lotta per i diritti, narrata attraverso le immagini delle vittime, le voci dei sopravvissuti e le testimonianze dei giornalisti che hanno pagato con le loro vite per trasmettere la verità. In questo senso, la protesta collettiva crea uno spazio opposto alla narrazione ufficiale e impone la presenza di quella palestinese nella sfera pubblica.

Mentre i media tradizionali (mainstream, egemonici, ndr) europei si barcamenano verso un falso equilibrio o una parzialità nascosta a favore di “Israele” (qualcosa chiaramente percepibile da chi lavora nelle istituzioni dei media occidentali), la piazza europea ha iniziato a forgiare una consapevolezza diversa, segnata da tre cambiamenti osservabili.

1) Ridefinire la giustizia: il dibattito non si limita più al “diritto di Israele a difendersi”. Invece, il nucleo, la domanda cruciale è diventata: e riguardo al diritto dei Palestinesi alla vita, a una casa e all’istruzione?

2) Smascherare i doppi standard: attraverso il confronto tra l’ampia copertura dell’Occidente della guerra in Ucraina e il suo relativo silenzio su Gaza, che ha suscitato una nuova consapevolezza riguardo alla selettività morale e alla parzialità nelle politiche europee.

3) Ancorare la causa palestinese ai valori europei stessi: la Palestina non è più solo una causa “emozionale” che riguarda solo arabi e musulmani; è diventata un test per i principi stessi dei diritti umani e della democrazia che l’Europa afferma di difendere.

Influenza sulla cultura e sull’istruzione.

Le manifestazioni non sono rimaste confinate alle strade. Sono entrate nei campus universitari, nei dibattiti in aula, nei programmi accademici e di ricerca, nelle discussioni fra i sindacati professionali. “Israele” si è ritrovata in uno stato di crescente isolamento culturale ed educativo (simile alla situazione all’ONU), che si manifesta con professori universitari che firmano petizioni per boicottare le istituzioni israeliane, studenti che esercitano forti pressioni per interrompere i partenariati di ricerca, e artisti che si ritirano dai festival sponsorizzati dalle ambasciate israeliane.

Qui sta il cambiamento più critico e significativo: la Palestina si sta trasformando da una “questione di protesta” in un “quadro cognitivo e culturale”, e la sua difesa sta diventando parte della coscienza critica che plasmerà le generazioni future.

I politici europei, nonostante la loro cautela, sembrano non essere più in grado di ignorare questo cambiamento. La presenza di parlamentari e partiti di sinistra e verdi alle marce di solidarietà con la Palestina ha dimostrato che il silenzio ha un costo politico e che prendere posizione pubblicamente è diventato un imperativo morale. Pur riconoscendo che questo può non portare a una revisione immediata e radicale della politica estera, apre chiaramente la strada a un crescente cambiamento nella direzione del discorso politico. I partiti che sottovalutano questa consapevolezza pubblica oggi potrebbero trovarsi a pagarne un prezzo elettorale domani.

Nonostante quanto sopra, è necessario notare un paradosso: l’intensità delle manifestazioni non equivale necessariamente a una rapida trasformazione politica. Qui emergono due contro-meccanismi.

1) Gestione della crisi statale: i governi europei ricorrono al contenimento del movimento consentendo le manifestazioni senza alterare il nucleo delle loro politiche.

2) Distorsione mediatica: alcune marce vengono descritte come “estreme” o una “minaccia alla sicurezza interna”, nel tentativo di privarle della loro sostanza morale.

Ma anche queste strategie hanno i loro limiti, perché l’accumulo di proteste favorisce un graduale radicamento della coscienza difficile da invertire.

La Palestina come punto di riferimento universale.

Il significato più grande e profondo di queste manifestazioni è che la Palestina è diventata un punto di riferimento universale contro cui si misura la credibilità dei valori occidentali. Se l’Europa è un garante dei diritti umani, allora Gaza ne è il banco di prova. Se la democrazia significa qualcosa, non può essere complice di un genocidio. Gaza è diventata uno specchio che smaschera i doppi standard, e la Palestina è stata trasformata in una “causa universale” che trascende i suoi confini geografici per porre un interrogativo alla coscienza del mondo: quale umanità desideriamo difendere? Restiamo umani se ignoriamo le dure realtà che ci bruciano gli occhi e fanno appello alle nostre coscienze?

Il numero è troppo importante per essere ignorato. 42.000 manifestazioni non sono un record ricreativo per il Guinness dei Primati in una categoria minore; sono invece l’espressione di una coscienza dinamica che sta prendendo forma in Europa, connessa all’auto-consapevolezza delle generazioni attuali, ai loro valori, al loro atteggiamento nei confronti della storia. È vero che le politiche ufficiali possono essere lente ad adattarsi a questo cambiamento, ma la storia ci insegna che quando la coscienza mette radici nelle strade e nella cultura, diventa una forza irresistibile.

La recente guerra a Gaza ha posto l’Europa di fronte a una scelta esistenziale: continuare a ripetere a pappagallo un discorso a doppio standard che giustifica i crimini di “Israele”, oppure cedere alla trasformazione popolare che vede nella Palestina una causa di giustizia che non si può negare. È una lunga lotta tra narrazioni contrastanti, ma la novità è che la narrazione palestinese si è assicurata un posto nella coscienza europea, come parte dell’autodefinizione dell’Europa stessa. L’importanza del numero sta nell’annuncio della nascita di una nuova consapevolezza, che potrebbe ben delineare i tratti di una diversa fase storica nelle relazioni dell’Europa con la Palestina e nella posizione della causa palestinese sulla scena globale.

Traduzione per InfoPal di Edy Meroli

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