FREE SHAHIN: Campagna per il rilascio di Mohamed Shahin

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Torino-InfoPal. Mohamed Shahin, leader di una moschea di Torino, dissidente politico egiziano (che rischia la pena di morte in Egitto), attivista pro-palestinese di spicco e contrario al genocidio di Gaza, è stato arrestato due giorni fa dalla polizia italiana, su ordine del governo filo-sionista, razzista e islamofobo del primo ministro Meloni, per il suo sostegno alla Palestina.
È accusato di aver dichiarato, durante le manifestazioni, che l'Operazione Al-Aqsa Flood della Resistenza palestinese del 7 ottobre 2023 è motivata da 80 anni di pulizia etnica e genocidio sionista contro i nativi palestinesi... Un'affermazione storicamente provata e condivisa, ma poiché Shahin è un immigrato e quindi legalmente vulnerabile, il governo ha ordinato il suo arresto e la sua espulsione.

La deportazione di Shahin in Egitto significa che sarà imprigionato, torturato e probabilmente ucciso. La società civile italiana sostiene Shahin e ne chiede la liberazione.
È un uomo buono, pacifico e antisionista, conosciuto e amato da musulmani, cristiani e dal resto della popolazione.
Il governo Meloni, con i suoi sostenitori razzisti della Lega Nord al potere, sta alimentando divisioni, razzismo e conflitti.

Movimento Torino per Gaza. C'è un angolo di Torino, tra le vivaci vie di San Salvario, dove da più di vent'anni una figura gentile cammina con passo sicuro, salutando volti che nel tempo sono diventati familiari. È lì, tra quelle strade multiculturali, che Mohamed Shahin, imam della moschea Omar Ibn Al Khattab, ha costruito la sua vita, il suo futuro e quello dei suoi due meravigliosi figli. Torino non è semplicemente il luogo in cui vive: è la città che ha scelto, amata con la dedizione di chi la considera casa in tutti i sensi.

Arrivato in Italia più di vent'anni fa, Mohamed ha intrecciato la sua storia con quella della comunità locale con una naturalezza rara. Chi lo conosce lo descrive con parole che non hanno bisogno di essere elaborate: un uomo buono, un uomo di fede, un uomo di pace. La sua voce, calma e ferma, è diventata negli anni un punto di riferimento per centinaia di persone.

Negli ultimi due anni, il suo impegno per la causa palestinese è stato totale. Ha ascoltato, ha parlato, ha guidato, ha portato nelle piazze e nei cuori una richiesta semplice e potente: dignità, giustizia, umanità. E in questo viaggio non è mai stato solo: attorno a lui la comunità si è unita come attorno a un fratello, a un padre, a una guida.

Per il quartiere di San Salvario, Mohamed non è solo un imam. È un pilastro, una presenza che consola, accompagna e media. Sa trovare le parole giuste per chi sta attraversando un momento difficile e sa ricordare, con il suo esempio, che il dialogo non è una teoria, ma un gesto quotidiano.

La sua fede, tuttavia, non è mai rimasta confinata tra le mura della moschea. Mohamed ha sempre creduto che il ruolo di un leader religioso sia anche quello di costruire ponti. Lo ha fatto attraverso il dialogo e l'integrazione, promuovendo attività culturali e sociali che hanno reso Torino un po' più aperta, un po' più unita.

Lo ha fatto anche collaborando con le autorità locali e le forze dell'ordine, dimostrando che la sicurezza e la coesione sociale si costruiscono insieme, con fiducia e responsabilità condivisa.

Un aspetto spesso ricordato da chi lo conosce è la sua lunga e sincera collaborazione con i valdesi, i cattolici e anche con la sinagoga di San Salvario. In quegli anni, Mohamed ha coinvolto i rabbini in momenti di confronto e dialogo, ha visitato più volte la sinagoga e ha invitato i rabbini in moschea, trasformando il rapporto tra le due comunità in un esempio concreto e luminoso di rispetto reciproco e convivenza.

Un ponte, ancora una volta. Un ponte costruito non con le parole, ma con i gesti.

Tra le sue iniziative più significative, molti ricordano quella del 2016, quando partecipò alla distribuzione della Costituzione italiana tradotta in arabo. Non era solo un gesto simbolico: era un invito a portare i valori fondamentali della Repubblica nelle case dei fedeli musulmani, perché integrazione significa conoscersi, riconoscersi, andare nella stessa direzione anche se si hanno storie diverse.

Chiunque incontri Mohamed Shahin rimane colpito, quasi commosso.
Forse per la sua serenità.
Forse è quella luce negli occhi che hanno solo le persone che credono veramente negli altri.
O forse semplicemente perché Mohamed rappresenta ciò che spesso dimentichiamo: che una comunità si costruisce sulla cura, sulla presenza e sull'ascolto.

E oggi, mentre molti alzano la voce per lui, c'è una certezza che attraversa Torino come un filo invisibile:
non si può dimenticare un uomo del genere.
Un uomo come lui appartiene alla sua comunità.
Un uomo così è a casa.
Un uomo del genere dovrebbe andare a casa subito!

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