Le ultime ore di Yahya Ibrahim Hassan Sinwar (1962 – 2024)

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Di Enrico Bartolomei. Tal al-Sultan, Rafah, estremo sud di Gaza, una città già evacuata e ridotta in macerie. Alle 3 del pomeriggio del 16 ottobre 2024 un drone dell’IDF avvista due combattenti che si avvicinano muovendosi tra i pochi edifici rimasti in piedi, aprendo la strada al terzo. Sono a soli 150 metri dalla postazione della 460ª brigata dell’IDF. I militari sparano, nasce uno scontro a fuoco, i combattenti si disperdono, i primi due vengono uccisi, il terzo ripara al secondo piano di un edificio.

L’IDF lo identifica, colpisce l’edificio, poi manda una pattuglia a perlustrare tra le rovine. Ma è ancora vivo, lancia due granate e costringe i soldati a ritirarsi. A questo punto i militari mandano un drone nell’edificio devastato: le immagini mostrano un uomo coperto di polvere, seduto su una poltrona, gravemente ferito a un braccio e con la testa avvolta dalla kufiyya, che fissa con sfida la telecamera mentre lancia un bastone contro il drone.

Un proiettile di carro armato fa collassare l’intero edificio. Il giorno successivo le truppe si accorgono che il volto del combattente assomiglia a quello del leader di Hamas Yahya Sinwar. Accanto al suo corpo vengono trovati pochi oggetti: una carta d’identità falsa, dei contanti, un rosario, un pacchetto di mentos, un tagliaunghie, il suo Kalashnikov AK-47. Gli viene amputato un dito per il test del Dna.

L’autopsia conferma: si tratta di Yahya Sinwar, l’uomo più ricercato dall’intelligence israeliana per essere stato l’architetto dell’operazione Diluvio di al-Aqsa cominciata il 7 ottobre 2023. Ucciso “per caso”, perché era lui che cercava loro. Non mangiava da tre giorni. Con un avambraccio tranciato e un filo elettrico improvvisato come laccio emostatico, era sopravvissuto anche al collasso dell’edificio. La morte, rivela l’autopsia, è avvenuta per un colpo di arma da fuoco che gli ha fracassato il cranio.

E allora chi ha sparato quel colpo?

Forse i militari, quando lo hanno trovato, il giorno dopo, ancora vivo, schiacciato dalle macerie. O forse Sinwar stesso, per non consegnarsi ai nemici, ha raccolto le ultime forze sparandosi un colpo alla testa con quella pistola che teneva sempre al suo fianco. Non una qualunque, ma la pistola sottratta al tenente colonnello Mahmoud Kheir El-Din, ucciso nel 2018 durante un’operazione sventata dal controspionaggio di Hamas, che Sinwar stesso aveva messo in piedi. L’aveva già mostrata in pubblico, munita di silenziatore.

Nato nel campo profughi di Khan Younis da una famiglia deportata da al-Majdal Asqalan (l’attuale città israeliana Ashkelon) durante la pulizia etnica del 1948, aveva intrapreso la strada dell’attivismo studentesco prima e poi della militanza politica tra le fila del nascente movimento di resistenza islamico, dando vita alle prime operazioni contro coloni ed esercito occupante. Dopo aver scontato vent’anni di prigionia fu rilasciato, grazie a uno scambio di prigionieri, nel 2011, emergendo subito come dirigente indiscusso di Hamas nella Striscia di Gaza.

Secondo la propaganda israeliana era il “macellaio di Khan Younis”, viveva nel lusso, nascosto nei tunnel, usando gli ostaggi come scudi umani. E invece proprio la propaganda che lo ha mostrificato ha creato involontariamente la sua leggenda postuma, consegnando al mondo le immagini del leader sessantaduenne che, ultimo tra i suoi uomini a cadere, combatte armi in pugno fino all’ultimo respiro.

E infine quel cadavere sfigurato, sotto le macerie, esposto al mondo come un trofeo e tenuto tuttora in ostaggio dalle autorità israeliane.

Una morte esemplare che si è già trasformata in eroico martirio nell’immaginario pubblico palestinese. Cosa questo possa significare per le future generazioni di palestinesi e quanto alta l’asticella sia stata posta per i prossimi leader della Resistenza non è difficile da immaginare.

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