L’illusione della libertà di parola: come l’Occidente sta sacrificando la democrazia per compiacere “Israele”

Página inicial / Notícias / L’illusione della libertà di parola: come l’Occidente sta sacrificando la democrazia per compiacere “Israele”

Islamtimes.com. Di Mohamad Hammoud. Stati Uniti ed Europa si sono a lungo posizionati come paladini della democrazia, della libertà di parola e dei diritti umani, spesso tenendo lezioni ad altre nazioni su questi valori. Tuttavia, di fronte a uno dei conflitti più controversi oggi – i massacri in corso contro i palestinesi – queste stesse nazioni abbandonano i loro principi in favore della compiacenza degli interessi “israeliani” e silenziando il dissenso. La recente ondata di licenziamenti, arresti e deportazioni di persone che protestano contro la guerra “israeliana” a Gaza è solo l’ultimo capitolo di una lunga e vergognosa storia di repressione delle voci che sfidano l’alleanza tra Occidente e “Israele”. Ciò che un tempo era considerato un pilastro della democrazia – la libertà di parola – è diventato un privilegio condizionato, revocato ogni volta che si osa criticare “Israele”. 

Complicità aziendale: silenziare le voci filo-palestinesi sul posto di lavoro.

In un eclatante esempio di censura aziendale, Microsoft ha licenziato due dipendenti per aver espresso preoccupazione per il sostegno dell’azienda alle azioni militari di “Israele” a Gaza. Il loro “crimine” è stato quello di aver espresso preoccupazione per una guerra che ha ucciso decine di migliaia di civili, compresi bambini. Questi licenziamenti riflettono una tendenza più ampia in cui le aziende penalizzano i dipendenti che mostrano solidarietà con la Palestina.

Analogamente, Google ha licenziato oltre 50 dipendenti nel 2023 per aver protestato contro il “Progetto Nimbus”, un accordo da 1,2 miliardi di dollari per la fornitura di tecnologia di intelligenza artificiale al governo “israeliano”. Questi lavoratori si opponevano all’uso di tali tecnologie nelle operazioni militari contro i palestinesi. Invece di promuovere il dialogo, Google ha scelto di reprimere il dissenso, dimostrando come le aziende statunitensi, sotto pressione politica e finanziaria, non si stiano limitando a reprimere il dissenso, ma collaborino attivamente con un governo accusato di crimini di guerra.

Repressione accademica: deportazioni e repressione nei campus.

La repressione della libertà di parola si estende alle università, tradizionalmente considerate roccaforti della libertà intellettuale. Oltre 300 studenti internazionali hanno rischiato l’espulsione per aver partecipato a proteste pro-palestinesi nei campus. Molti di questi giovani non erano coinvolti in violenze o incitamenti all’odio; stavano pacificamente chiedendo un cessate il fuoco o criticando il sostegno degli Stati Uniti a “Israele”. Questa repressione va oltre le misure disciplinari. Il Dipartimento di Sicurezza Nazionale ha usato lo status di immigrazione come arma, segnalando che la libertà di espressione non è garantita a coloro che non hanno la cittadinanza, e ciò comporta delle conseguenze.

Precedenti storici: l’eccezione palestinese alla libertà di parola.

Questo fenomeno non è nuovo. Nel 2019 gli Stati Uniti hanno promulgato l’Anti-Boycott, Divestment and Sanctions Act, penalizzando il sostegno al movimento BDS. Più di 30 stati hanno introdotto leggi anti-BDS che di fatto criminalizzano l’attivismo pacifico contro le politiche “israeliane”, contraddicendo il Primo Emendamento. Tali misure persistono a causa degli intensi sforzi di lobbying pro-Israele.

Ipocrisia europea: criminalizzare le critiche a “Israele”.

L’Europa non è esente da questa tendenza. Gli attivisti rischiano arresti o multe in paesi come la Germania per aver esposto la bandiera palestinese, mentre le proteste in Francia a sostegno di Gaza sono state vietate con il pretesto di garantire l’ordine pubblico. Nel Regno Unito i professionisti sono stati rimproverati per post critici sui social media riguardo a “Israele”. Persino l’indagine storica non è al sicuro. In molti paesi europei mettere in discussione le narrazioni ufficiali dell’Olocausto, anche in contesti accademici, è un reato. Parallelamente, mettere in discussione le violazioni dei diritti umani da parte di “Israele” a Gaza porta spesso a una repressione simile.

Le domande che sorgono sono: cosa resta della democrazia se i lavoratori possono essere licenziati per le loro opinioni politiche? Cosa resta della libertà di parola se gli studenti vengono deportati per proteste pacifiche? Cosa resta della libertà intellettuale se non si possono mettere in discussione le politiche di un governo straniero senza essere etichettati come simpatizzanti del terrorismo o antisemiti?

I governi e le istituzioni occidentali stanno sempre più modificando le proprie leggi e i propri valori per proteggere gli interessi “israeliani”. Negli Stati Uniti, l’ascesa delle leggi anti-BDS (Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni) in oltre 30 stati criminalizza la protesta economica, una forma consolidata di resistenza civile, un tempo utilizzata contro l’apartheid in Sudafrica. Individui e aziende sono costretti a firmare promesse di fedeltà a “Israele” come condizione per i contratti governativi. Questo non è solo antidemocratico, è orwelliano.

L’ironia è che gli stessi paesi che mettono a tacere le voci filo-palestinesi in patria sono i più espliciti nel condannare l’autoritarismo all’estero. Accusano la Cina di censurare il dissenso a Hong Kong, denunciano l’Iran per aver incarcerato i manifestanti e condannano il trattamento riservato dalla Russia agli oppositori politici. Eppure, quando un cittadino americano o europeo si oppone al genocidio a Gaza, rischia di perdere il lavoro, il visto o la libertà.

Questo doppio standard non è passato inosservato al mondo. Sta alimentando risentimento, disillusione e rabbia – soprattutto tra i giovani, gli immigrati e le comunità minoritarie che hanno sempre sopportato il peso di queste ipocrisie. L’Occidente non sta solo perdendo credibilità, sta anche perdendo la sua bussola morale.

Conclusione: L’erosione della democrazia in nome del sionismo.

L’impegno dell’Occidente per la democrazia e la libertà di parola si rivela sempre più una facciata quando si tratta della Palestina. Le aziende licenziano i dipendenti che protestano contro la violenza, i governi deportano studenti per l’attivismo pacifico e le leggi vengono manipolate per criminalizzare la solidarietà con i palestinesi. Nel frattempo, “Israele” continua a sottrarsi alle responsabilità delle proprie azioni, protetto dalle potenze occidentali. Se la democrazia implica il diritto al dissenso e la libertà di parola comprende il diritto di criticare la violenza dello Stato, allora l’Occidente sta venendo meno ai propri ideali. La soppressione delle voci filo-palestinesi non solo evidenzia l’ipocrisia, ma segnala anche una pericolosa erosione delle libertà civili sotto la pressione di “Israele”. Finché gli Stati Uniti e l’Europa non affronteranno queste realtà, la loro pretesa di essere società democratiche rimarrà un’illusione.

Traduzione per InfoPal di Stefano Di Felice

Rolar para cima