
MEMO. Di Hossam Shaker. È passato un intero anno dall’inizio della guerra attualmente in corso condotta da Israele contro il popolo palestinese nella striscia di Gaza e, all’ombra di essa, l’esercito d’occupazione ha portato avanti continue campagne di incursioni, uccisioni e distruzione anche in Cisgiordania. Intanto, i coloni armati stanno intensificando incessantemente i loro attacchi sui villaggi palestinesi.
Sin dall’inizio di questa stagione di atrocità, è stato un dato di fatto che le intenzioni del comando israeliano, sia sul piano politico che militare, siano state un tentativo di smantellare la striscia di Gaza, la quale è piena di rifugiati palestinesi, ed effettuare una pulizia etnica. In questo lasso di tempo, ministri e leader militari si sono sforzati di chiarire le proprie posizioni in merito al problema: alcune delle loro dichiarazioni includevano documenti presentati dal Sud Africa alla Corte Internazionale di Giustizia. In più, le azioni delle autorità israeliane sul terreno non forniscono le basi per presupporre buone intenzioni nei confronti dei palestinesi.
I mezzi di sostentamento nella Striscia di Gaza sono stati decimati: ciò ha portato ad un continuo dislocamento della popolazione, oltre che all’uccisione di decine di migliaia di civili, la maggior parte formata da donne e bambini, un numero di vittime da record con fatti scioccanti al di là del descrivibile.
Nonostante l’accaduto, le dichiarazioni politiche presentate globalmente hanno mantenuto la solita freddezza, come se non fossero condizionate degli eventi principali. Ciò è evidente dato il loro appagamento riguardo queste dichiarazioni vuote, ripetute costantemente per decenni, che miravano a creare “una Palestina in pace e in sicurezza al fianco di Israele”, senza aver imparato niente dagli esiti precedenti. È quindi davvero possibile credere che questo “Stato”, se realmente istituito, che da condizione deve restare demilitarizzato, non sarà una preda facile per uno degli eserciti più forti al mondo? E l’attuale esperienza del brutale comportamento politico e militare di Israele nei confronti del popolo palestinese permette di pensare ad un futuro sicuro per questo Stato?
L’idea di uno “Stato palestinese” sembra affascinante e dà l’idea di un’entità autonoma dotata di assoluta indipendenza: in realtà, parliamo di uno Stato letteralmente microscopico che, nel migliore dei casi, si presuppone sia istituito in un’area geograficamente non confinante. Dalle migliori proposte presentate nei discorsi ufficiali risulta che sarà istituito in un’area di non più di 6.000 km², Cisgiordania e striscia di Gaza incluse. Secondo questa “soluzione”, il ritorno dei rifugiati palestinesi in patria non sarà possibile. In altre proposte “realistiche”, successivamente presentate al Governo statunitense, per esempio, l’estensione di questo “Stato” sarà sostanzialmente dimezzata, portando la popolazione a distribuirsi in centri abitati isolati: ciò renderebbe questa zona più piccola addirittura della Transnistria, una microscopica e ignota regione separatista, staccatasi dalla Moldavia, indipendentista che occupa non più di 3.500 km². Ad ogni modo, l’esempio della Moldavia è fuorviante, in quanto genocidio, pulizia etnica, crimini di guerra, distruzione di massa e inedia hanno poco a che vedere con questa tranquilla zona dell’Est Europa.
È vero che le continue dichiarazioni riguardo l’istituzione di “uno Stato palestinese al fianco dello Stato israeliano” ricordano ai leader israeliani, in campo politico e militare, che l’obiettivo di domare i movimenti dei palestinesi tramite le forze militari è considerato inaccettabile dalla comunità mondiale, ma questi discorsi falliscono nell’esprimere la gravità della situazione, considerando la spudorata violazione della legge internazionale, dei sistemi delle Nazioni Unite e delle norme internazionali. Ciò che è evidente dalla realtà del genocidio attualmente in corso e dai seri sviluppi che hanno preso luogo dovrebbe ricordare al mondo che la dottrina strategica israeliana non tollera la mera esistenza palestinese, e accetta solo un’autorità palestinese priva d’indipendenza che non sopporta il peso di dover amministrare “questi residenti” al posto dell’Occupazione israeliana, mentre l’indipendenza resta delle autorità occupanti. È anche richiesto che le autorità forniscano servizi prolungati di protezione verso Israele dalle rivolte e resistenze palestinesi, sotto il pretesto di “coordinamento per la sicurezza”.
Il comando israeliano, che ha più volte annunciato di essere determinato a “cambiare la realtà del Medio Oriente”, come Benjamin Netanyahu ha affermato all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, mostra chiaramente di star esercitando la sua influenza sul Paese, ed è desideroso di dimostrare pubblicamente la sua autorità. Come può uno Stato palestinese microscopico, debole e disarmato tollerare questo controllo e la possibilità che i suoi leader vengano perseguitati o addirittura uccisi in qualsiasi momento Israele desideri? Alcuni non fanno caso che anche il termine “Palestina” in sé è un tabù nella politica israeliana, nei media e in ambito culturale, sia per il governo che per l’opposizione.
Ciò avviene nonostante l’installazione del movimento sionista, le cui fondamenta illustrano che lo scopo era di “colonizzare la Palestina”, proprio come il suo leader, Theodor Herzl, ha scritto nelle sue opere pubblicate. Il tabù in questione include anche l’uso del termine “popolo palestinese”, che, secondo la prospettiva israeliana, semplicemente non esiste. I leader israeliani, a partire dalla sfera politica, a quella mediatica e a quella culturale, parlano di “residenti”, “arabi”, o “nel migliore dei casi, palestinesi”, ma mai come popolo palestinese, visto che questa definizione rimane un tabù.
Accontentarsi dei meri discorsi sulla fondazione di “uno Stato palestinese in pace e sicurezza con Israele” non esprime reali intenzioni di creare questo Stato: come può uno Stato occupante che, in primo luogo, non riconosce la mera esistenza della Palestina, rifiuta l’esistenza degli abitanti palestinesi, non crede nel diritto di questo Paese di esistere, e continua a dislocare generazioni di palestinesi, conquista le sue terre ed espande le proprie colonie su di esse, tollerare l’esistenza di uno Stato palestinese, anche se si tratta di uno stato minuscolo, e garantirgli il legittimo diritto di vivere in un’area geografica vicina a sé?
Uno dei fatti rivelati dal primo anno di genocidio nella Striscia di Gaza è che a Israele non importa della legge internazionale e che si considera al di sopra della comunità internazionale. In più, i suoi sostenitori da entrambe le parti dell’Atlantico garantiscono che abbia un’immunità continuata dall’essere ritenuto responsabile per le sue azioni dalle organizzazioni internazionali. Questa immunità incoraggia i leader israeliani ad adottare misure drastiche come dichiarare il Segretario generale delle Nazioni Unite mal accetto, imporre sanzioni all’UNRWA, attaccare le Forze d’interposizione delle Nazioni Unite in Libano (UNIFIL), e bombardare continuamente le scuole e i quartier generali nella striscia di Gaza, incrementando il numero di morti degli impiegati al loro interno.
L’unico Paese al mondo che ha il coraggio di fare tutto ciò è proprio quello che dovrebbe comportarsi come un agnellino addomesticato e tollerare l’esistenza di uno Stato palestinese “al cui fianco dovrebbe vivere in pace e sicurezza” secondo queste dichiarazioni augurali. È ambiguo come alcune delle capitali che pubblicano queste dichiarazioni evitino di esprimere qualsiasi critica riguardo al genocidio in corso nella Striscia di Gaza e presentino addirittura delle giustificazioni idealistiche per alcuni dei crimini di guerra di Israele.
Non chiedo di seppellire l’istituzione di uno Stato palestinese e bloccarne il cammino, ma vorrei ricordare alle persone che il diritto di una nazione di auto-determinarsi non può essere conseguito tramite la sottomissione alla logica del dominio che le potenze internazionali rifiutano di scoraggiare.
Senza ritenere l’occupazione israeliana responsabile per gli orrori, i crimini di guerra e le gravi violazioni che continua a commettere, e senza misure deterrenti e sanzioni rigide imposte dall’autorità occupante, così come abilitare il popolo palestinese ad ottenere la loro libertà e i loro diritti inalienabili, non ci sarà spazio per un’onesta e comprensibile soluzione in Palestina.
(Foto: manifestazione tenutasi a sostegno della Palestina che si svolge prima della partita di calcio tra le nazionali di calcio di Italia e Israele nella UEFA Nations League a Udine, Italia, il 14 ottobre 2024 [Michele Novaga – Anadolu Agency]).
Traduzione per InfoPal di Giusy Saviano
